Serie A - La triste storia dell'altro Schillaci, Maurizio

E' cugino del mitico Totò, con un passato nel calcio che conta: poi un brutto infortunio, la droga e ora una vita da clochard. Maurizio Schillaci si racconta a 360 gradi, ripercorrendo una carriera folgorante e l'improvviso declino: dalla Lazio a Zeman, passando per doping, droga e scommesse, fino all'epilogo finale e i tanti rimpianti

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Di cognome fa Schillaci, e si chiama Maurizio: è il cugino del più famoso Totò. Sì, proprio lui, quello delle ‘Notti magiche’ di Italia ’90. La storia di Maurizio, però, è completamente diversa, diametralmente opposta, rispetto a quella del cugino. Nonostante una carriera simile, da grande calciatore. Nel mezzo, però, strade diverse e tortuose che ne hanno disegnato un finale decisamente triste e angosciante, segnato da droga, divorzi e solitudine.

A 51 anni, Maurizio è un barbone e vive ogni giorno insieme ad altri clochard in qualche treno merci, ma ha deciso di raccontare la sua storia al collega Alessandro Bisconti sul sito siciliainformazioni.com.

GLI INIZI CON ZEMAN - “Le mie stagioni migliori le ho vissute con Zeman. Segnavo gol a ripetizione. Poi è arrivata la Lazio. Era il mio periodo di grazia. Vivevo nel lusso, ho cambiato 38 auto, ho giocato nello stadio dei sogni, l’Olimpico. Contratto di 500 milioni per 4 anni. Poi qualcosa non va per il verso giusto”, comincia così il lungo racconto di Maurizio.

INFORTUNI, DROGA E DECLINO – Ma non è finita qui, dopo la luce il buio. “I primi infortuni, gli stop. Poi scopro perché. Vado in prestito a Messina, là trovo mio cugino Totò. Tutti i giornali parlavano di noi, io e lui facevamo a gara a chi segnava di più. Ma la mia carriera in realtà s’è spezzata a Roma. Un infortunio mai curato che mi impediva di esprimermi al meglio. Facevo poche partite e mi fermavo. Mi chiamavano il “malato immaginario” o il “calciatore misterioso”, perché ero sempre in infermeria. In realtà avevo un tendine bucato. A Messina si accorgono del problema, mi curano, ma la carriera era ormai volata via. Poi ho subito altre situazioni. Più brutte degli infortuni. Vado alla Juve Stabia, ormai ho 33 anni. E qui conosco la droga. La cocaina, poi l’eroina. Nel frattempo ho divorziato da mia moglie. Zeman? Ogni tanto lo intravedo ancora. Lui impazziva per me. Un grande in campo e fuori per le sue battaglie. Il doping? C’è stato sempre. A me consigliavano di prendere la creatina, mi sono fidato dei medici. Era proibita, ma l’ho saputo dopo. Soldi per aggiustare le partite? Solo una volta me li hanno proposti. Giocavo nel Licata, a Casarano, lo dissi subito a Zeman. Mi disse di rifiutare. Poi finì 0-0, prendemmo 8 pali… Ma a volte le partite si decidono in mezzo al campo, parlando…”.

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LA VITA DA BARBONE – “Il mio declino è stato velocissimo e ora mi ritrovo per strada. Non riesco a trovare lavoro, dormo nei treni fermi alla stazione. Ci sono altre persone con me, siamo un gruppo di 20 barboni. Con mio cugino Totò non ci sentiamo più. Ho lavorato nella sua scuola calcio per un periodo, poi ho deciso di mollare. Ero stanco delle chiacchiere della gente di quel guardarti storto di chi diceva: non porto mio figlio da chi si drogava. Ma l’eroina per me non esiste più. Ho toccato il fondo ma ora voglio risalire. Ogni tanto guardo i bambini giocare in mezzo alla strada. Li osservo e mi piacerebbe dare un calcio a quel pallone…”.

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